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Lesioni muscolari, come riconoscerle e come trattarle

In ambito sportivo e non le lesioni muscolari acute sono di frequente riscontro in tutte le discipline sportive e la loro incidenza viene calcolata tra il 10% ed il 30% di tutti i traumi da sport.
Nella pratica sportiva, il muscolo deve possedere qualità di forza, resistenza, prontezza, velocità ed estensibilità acquisite con un allenamento specifico spesso lungo e intensivo. Queste diverse caratteristiche sono basate su tre sistemi strettamente legati:
• La struttura biomeccanica del muscolo conferisce proprietà visco-elastiche e contrattili.
• L’attività metabolica e i differenti tipi di fibre condizionano la potenza, la durata e l’inerzia dell’attività muscolare.
• Il sistema neuromuscolare permette di regolare le attività volontarie, automatiche o riflesse intervenendo nel controllo posturale e gestuale proprio di ogni sport.
L’eccellente coordinazione e funzionamento di questi tre sistemi condizionano l’attitudine sportiva ed il livello di prestazione. Se, per incidente o cattivo utilizzo, uno di questi meccanismi è leso, tutto l’edificio fisiologico crolla.
Un primo elemento da considerare nelle classificazioni è rappresentato dalla natura diretta o indiretta del trauma.
TRAUMA DIRETTO
Le lesioni muscolari da trauma diretto sono di natura contusiva. Spesso queste lesioni sono considerate come condizioni patologiche di secondaria importanza, destinate a guarire in tempi brevi, senza lasciare reliquati.
Tuttavia dal punto di vista anatomo-patologico, la rottura muscolare prodotta da tali traumi non differisce sostanzialmente da una lesione muscolare dovuta ad altro meccanismo. Poiché, dal punto di vista funzionale, lo stato di contrazione muscolare conseguente al trauma provoca dolore sordo e diffuso, gonfiore, ematoma, dolore al movimento, riduzione dell’escursione articolare, rigidità alla palpazione e positività agli esami di diagnostica strumentale per immagini (ecografia, RMN).
La classificazione delle lesioni muscolari da trauma diretto, si può dividerle in tre gradi, secondo la gravità, indirettamente indicata dall’arco di movimento effettuabile:
grado lieve: è consentita oltre la metà dello spettro di movimento;
grado moderato: è concessa meno della metà, ma più di 1/3 dello spettro di movimento;
grado severo: è permesso uno spettro di movimento inferiore ad 1/3.
TRAUMA INDIRETTO
Vi è una certa confusione nella classificazione delle lesioni muscolari da trauma indiretto,
Ci sono diverse classificazioni in medicina per distinguere i diversi tipi di trauma muscolari.
In questo articolo presenterò una classificazione più chiara, pratica e semplice, e che al tempo stesso, tenga conto dei vari contributi presenti in letteratura. La classificazione proposta distingue i traumi muscolari che originano da un meccanismo indiretto: Disordini muscolari indotti da fatica dove spesso l’atleta è in grado di continuare l’attività sportiva.
Probabilmente sono l’equivalente di ciò che fino ad oggi è stato spesso indicato come contrattura, un disordine muscolare con segni e sintomi talmente sfumati da sfuggire spesso a un chiaro inquadramento diagnostico.
Queste lesioni sono denominate DOMS (delayed onset muscle soreness – dolori muscolari a insorgenza ritardata), sono caratterizzate da un dolore infiammatorio diffuso, presente anche a riposo, che sorge diverse ore dopo l’attività sportiva, che è accompagnato da rigidità muscolare, da limitazione dell’escursione articolare dell’articolazione adiacente al muscolo interessato, da dolore alla contrazione isometrica e da miglioramento della sintomatologia con lo stretching.
Il DOMS è la condizione clinica che tutt’oggi è erroneamente indicata come dolore da acido lattico, tipica dei soggetti che riprendono l’attività sportiva dopo un periodo più o meno lungo di inattività: è causata da movimenti d’insolita esecuzione che richiedono una contrazione di tipo eccentrico.
Da anni la comunità scientifica ha inquadrato questa tipica condizione clinica dei soggetti inattivi sotto il nome di DOMS, asserendo che essa è causata dalla presenza di microlesioni muscolari che l’attività fisica eccentrica in soggetti inattivi può comportare: l’acido lattico è smaltito dall’organismo nel giro di poche ore dal termine dell’attività, non è dunque per nulla responsabile di questa condizione.
Ci sono anche disordini muscolari che hanno origine dal sistema nervoso che, per alcune situazione patologiche, altera il reclutamento dei muscoli innervati.
Ci sono disordini muscolari di origine spinale o radicolare, sono causate da patologia lombare aspecifica o da irritazione di una radice nervosa, che può comportare, fra i vari sintomi, un aumento del tono dei muscoli innervati e un dolore riferito o irradiato più frequentemente agli ischio-crurali o al polpaccio. Si presentano con dolenzia e rigidità muscolare che aumenta con l’attività continuata, non presente a riposo, con un aumento circoscritto del tono, con dolore alla pressione e con reazioni difensiva allo stretching. Lo stiramento, è un disordine muscolare che origina dalla giunzione neuromuscolare, consiste principalmente in un mancata inibizione dei muscoli antagonisti durante la contrazione dei muscoli agonisti: questo provoca una contrazione maggiore degli agonisti che vanno incontro a un lavoro eccessivo producendo un movimento poco controllato e di scarsa qualità. Poiché dal punto di vista anatomo-patologico non sono presenti lacerazioni macroscopiche delle fibre, il disturbo può essere attribuito ad un’alterazione funzionale delle miofibrille, ad un’alterazione della conduzione neuro-muscolare oppure a lesioni sub microscopiche a livello del sarcomero.
Si manifestano con dolore crampiforme, rigidità muscolare, aumento del tono circoscritto, dolore alla pressione, gonfiore edematoso e con un alleviamento dei sintomi attraverso lo stretching.
È sempre conseguenza di un episodio doloroso acuto, insorto durante l’attività sportiva, il più delle volte ben localizzato, per cui il soggetto e costretto ad interrompere l’attività, pur non comportando necessariamente un’impotenza funzionale immediata.
Lo strappo si manifesta con dolore acuto, trafittivo e ben localizzato che compare durante l’attività sportiva, attribuibile alla lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari. Lo strappo muscolare è quasi sempre accompagnato da uno stravaso ematico più o meno evidente a seconda dell’entità e della localizzazione della lesione e dall’integrità o meno delle fasce. La distinzione in gradi viene riferita alla quantità di tessuto muscolare lacerato e comprende:
•strappo di I grado: lacerazione di poche miofibrille all’interno di un fascio muscolare, ma non dell’intero fascio;
•strappo di Il grado: lacerazione di uno o più fasci muscolari, che coinvolge meno dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto;
•strappo di III grado: rottura muscolare, che coinvolge più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto e che può essere distinta in parziale o totale. Si manifestano con dolore sordo al momento della lesione seguito da dolore localizzato, dolore al movimento, ematoma, retrazione muscolare, perdita parziale della funzione e grande alterazione strutturale del muscolo alla palpazione. È importante sottolineare che, sul piano clinico, il confine tra stiramento e strappo muscolare di I grado è molto sfumato, specialmente in fase precoce, quando un eventuale stravaso ematico può non risultare ancora evidente. In tal caso, come si vedrà in seguito, la diagnosi deve fondarsi, oltre che sulle caratteristiche cliniche della lesione anche sulle risultanze dell’indagine ecografica, eseguita dopo 48-72 ore dal momento del trauma.
Il trattamento fisiochinesiterapico dell’atleta infortunato ha come scopo di:
1) limitare le conseguenze dell’azione lesiva sui tessuti interessati dal trauma
2) prevenire i danni futuri,
3) restituire il più rapidamente possibile l’atleta alle competizioni nel rispetto dei tempi di guarigione biologica.
Questi tre punti sono strettamente legati tra di loro e dipendenti dal trattamento attuato nella fase iniziale (24-48 ore).
Fase iniziale
L’azione lesiva del trauma sui tessuti provoca edema, ematoma, fenomeni di vasodilatazione a livello capillare trombosi e costrizione arteriolare oltre, naturalmente, discontinuazioni del tessuto maggiormente interessato sia esso muscolo, tendine, legamento, tessuto fasciale od altro. Il trattamento quindi nella fase iniziale (prime 24-48 ore) si pone l’obiettivo di controllare l’entità delle manifestazioni in modo da limitare e circoscrivere il danno tessutale. E’ noto, infatti, che le manifestazioni che abbiamo poc’anzi descritto, specialmente i fenomeni d’edema e i processi riguardanti l’evoluzione ed il riassorbimento dell’ematoma causano se non trattati, la comparsa di fibrosi post-traumatica che dal punto di vista della funzionalità, è estremamente limitante.
Sul dolore si deve agire immediatamente diremmo quasi contemporaneamente al trauma con disperse forme terapeutiche:
Nelle prime ore è essenziale il proto lo R.I.C.E (Rest, Ice, Compressione, Elevation). Successivamente si può intervenire anche con: postura corretta, elettro-terapia antalgica (badando o non provocare contrazioni muscolari); ionoforesi con sostanze analgesiche, antiflogistiche, antiaggreganti e fibrinolitiche, US a freddo, Tecar non sulla sede della lesione ma sulla via linfatica per stimolare il processo riparativo.
Fase riparativa
In linea di massima, superate le prime 24-48 ore dal trauma, si può stabilire esattamente l’entità della lesione e quindi programmare la fase di recupero durante il processo di riparazione.
Questo può essere così sintetizzato: fra la 48a e la 72a ora la fibrina viene organizzata in modo da preparare le gittate vascolari, l’organizzazione e l’evoluzione dei blasti responsabili della neoformazione connettivale. Il trattamento dovrà tener conto dei seguenti fenomeni: l’edema e l’ematoma nelle prime 24-48 ore evolvono in modo da favorire l’organizzazione dei fibroblasti dal 3° giorno e questi portano alla neoformazione connettivale che avviene tra il 7° e il 15° giorno. Questi processi devono essere tenuti in considerazione nel programmare il trattamento perché condizionano la cicatrice a seconda degli stimoli che subiscono. Il tessuto di neoformazione, infatti, ricco di collageno è particolarmente sensibile alle sollecitazioni meccaniche che in questa fase possono modellarlo a seconda delle caratteristiche richieste dalla funzione. In questa fase quindi il trattamento fisiocinesiterapico deve rispettare il processo di cicatrizzazione, intervenendo esclusivamente per orientarlo secondo le caratteristiche delle strutture colpite.
Il trattamento può comprendere diverse metodiche rispettando il dolore è i tempi di guarigione:
Mobilizzazione articolare per recupero movimento completo.
Drenaggio Manuale.
Attivazione muscolare concentrica ed eccentrica.
Trattamento della cicatrice.
Lavoro in acqua.
Il recupero funzionale
Dopo circa un mese, a cicatrice formata ed a stabilità articolare acquisita si può iniziare il recupero specifico per il graduale ritorno all’attività sportiva.
Oltre al trofismo e alla forza muscolare è necessario che l’atleta recuperi lo schema motorio, in pratica l’esecuzione di massima coordinazione del gesto sportivo. A recupero articolare avvenuto e completo si utilizzeranno le tecniche di facilitazione propriocettiva. Le varie possibilità di contrazione utilizzate in terapia devono rispettare le condizioni di funzionamento del muscolo nella prestazione atletica in modo che il recupero del gesto sportivo sia il più rapido possibile. Questi indirizzi di trattamento permettono il recupero dell’atleta in tempi brevi, con minimo rischio, mentre l’osservazione dell’atleta sul campo permette di giudicare l’avvenuta guarigione e concedere il ritorno all’agonismo.
Importante per la prevenzione delle recidive è per l’atleta, mantenere sempre il muscolo forte ed elastico per poter sopportare gli stimoli dello sport che esegue.
Quindi gli esercizi di mantenimento devono essere mantenuti per lunghi periodi dopo l’infortunio; anzi sarebbe opportuno che diventassero parte integrante del protocollo di riscaldamento.
Vito che le lesioni muscolari sono sempre più frequenti sia in soggetti che eseguono grandi sforzi e grandi carichi di allenamento ma, ancora di più, in soggetti sedentari o che svolgono poca attività sportiva, si consiglia sempre di eseguire allenamenti integrati specifici per la forza l’elasticità muscolare affidandosi sempre a personale specializzato.
Dott.ssa Elisa Giordano

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